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Filosofo Democratico

Giuseppe Prestipino, docente di filosofia della storia all'Università di Siena

Nella riflessione gramsciana sugli intellettuali alcune specifiche nozioni storiografiche acquistano significati di categorie più generali.
Gramsci, ad esempio, conferisce solitamente valore emblematico di intellettuali «tradizionali» agli umanisti italiani «cosmopoliti», distaccati dalle urgenze pratiche di una mondanità che pure l'umanesimo e il rinascimento avevano contribuito a scoprire, o riscoprire, come dimensione moderna di civiltà e di storia. Gli illuministi antesignani o partecipi della Rivoluzione francese si possono considerare, invece, come i primi intellettuali «organici» del mondo moderno. Essi progettano «riforme» perché sono intellettuali riformati, ovvero provengono da una «riforma intellettuale».
Per i tempi che si approssimano, Gramsci prefigura un nuovo ordinamento economico-produttivo dal quale emergano intellettuali «organici» alla produzione:
nuovi tecnici e, mediante un processo intensivo di emancipazione culturale, operai o lavoratori manuali trasformati essi stessi in tecnici o in dirigenti. E poiché per lui, come è noto, «tutti gli uomini sono filosofi», un tale rivolgimento farà tutt'uno con il radicarsi nel mondo del lavoro di una nuova coscienza filosofica individuale, identificabile con la stessa, rinnovata, «filosofia della praxis».
La «filosofia della praxis» è, d'altra parte, non solo filosofia della politica (così, forse, Umberto Cerroni nella voce «Filosofo democratico» del suo Lessico gramsciano), ma filosofia che fa politica, anzi che si fa politica. Leggiamo infatti nei Quaderni, (pp. 1331-1332): «una delle maggiori rivendicazioni dei moderni ceti intellettuali nel campo politico è stata quella delle così dette 'libertà di pensiero e di espressione del pensiero (stampa e associazione)' perché solo dove esiste questa condizione politica si realizza il rapporto di maestro discepolo [...] e un nuovo tipo di filosofo che si può chiamare 'filosofo democratico'».
Gramsci non si limita, come Bucharin, a segnalare le tendenze conservatrici del disomogeneo e «frammentario» senso comune tradizionale e ad affermare che scienza e arte sistemano, rispettivamente, i pensieri isolati in concetti rigorosi e i sentimenti confusi in immagini.
Egli avanza l'ipotesi che un «nuovo senso comune» (non soltanto una nuova filosofia) si radichi «nella coscienza popolare con la stessa saldezza e imperatività delle credenze tradizionali» (Marx). Ma la sua concezione del rapporto tra senso comune e filosofia (o scienza) presuppone, insieme con la caducità dei pregiudizi popolari, la storicità e transitorietà dello stesso vero filosofico o scientifico.
Il filosofo della prassi (o il «filosofo democratico») è pertanto l'autentico assertore dello «storicismo assoluto». Egli rifiuta lo storicismo idealistico e il «circolo» crodano proprio perché restituisce piena realtà e legittimità storica alle forme o ai gradi «inferiori» e vede il movimento interno al «blocco storico» svolgersi tra natura e spirito, non soltanto nello spirito; tra forme popolari e forme auliche della vita spirituale, non solo tra queste ultime. Se quel movimento è pur sempre un innalzarsi della natura a spirito e della spiritualità popolaresca dimessa o disgregata a spiritualità coerente o sistematica, esso non è tuttavia, come per Croce, un indefinibile e impersonale trapassare delle forme l'una nell'altra, ma un concreto, umanamente soggettivo agire da e per mezzo di una forma sulle strutture dell'altra.
E se «in principio era l'azione», la prassi dell'uomo comune, o dello stesso «filosofo democratico» come uomo e cittadino, è ancora e sempre mediatrice, e risolutrice, delle trasformazioni che investono il reale o le sue forme.

Gramsci I QUADERNI DEL CARCERE ED ECHI IN GUTTUSO

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